Gattinelli

40 ANNI DALLA LETTERA DI UN PROFESSORE AI SUOI SCOLARI

RAGAZZI,
prima di tutto devo ringraziare, a nome di tutti NOI, chi ha organizzato questo incontro chi lo ha consentito e voluto... il Preside attuale, la Scuola attuale perché hanno saputo riconoscere i grandi meriti del Prof. Gattinelli e leggere in questa sua lettera tutto il suo spirito ed il suo amore per gli allievi (gli scolari!) e per la scuola.
Hanno colpito nel segno, la nostra presenza lo dimostra! Noi siamo gli scolari dei suoi tempi. E, come scrive nella Lettera siamo "gli estranei di oggi".
Siamo oggi i veri destinatari della lettera di ieri. È un vero e proprio testamento spirituale che, grazie alla vostra iniziativa, il... Gatto ci rinnova.
E poi devo anche ringraziarvi per avermi affidato questo compito di commentare brevemente quei fatti. Questo incarico mi ha costretto a rileggermi con attenzione tutta la lettera e mi ha riportato a quegli anni confermandomi nella consapevolezza che la mia formazione deve molto a questo professore. Non lo dico per piaggeria o per retorica... domandatelo a mia moglie.

Correva l'anno 1963! Io ed i miei compagni di classe eravamo in IVa Meccanici.
Ci vantavamo, di essere migliori dei "non meccanici". Eravamo convinti ovviamente senza vero motivo che la materialità e la maturità secolare delle scienze meccaniche, la loro minore astrazione rispetto all'elettrotecnica ed alla neo arrivata elettronica, ci avvicinasse di più all'uomo ed all'umanesimo. Chissà.?
Essere in Quarta era sicuramente l'anno migliore per recepire un messaggio di quel genere. Questo lo scoprimmo subito l'anno successivo. In quarta siamo abbastanza grandi e affrancati dalla Scuola per poter discutere di essa e desiderarne profonde riforme perché ci sentiamo ancora dentro fino al collo.
Già in quinta il desiderio di diplomarsi ed avviarsi verso la "vera vita" (come dice il Gatto) ci distoglieva abbondantemente da ogni interesse per la riforma scolastica.

Era l'anno de "la voce dei Meccanici" (chi ha qualche copia?). Tiratura 60 copie, ciclostilato in proprio, poi diventato a richiesta, "la voce di..." non ricordo che cosa! Tiratura massimo 100 copie... numeri usciti 5-6 al massimo.
Era l'anno del ritorno al mittente del giornalino della scuola... "perché privo di interesse"; ...sospesa tutta la classe!
Era l'anno dello sciopero contro il "caro merenda"... passata da 50 a ben 70 lire a panino durante le vacanze di Natale!
Ma fu anche l'anno della lezione di Filosofia del Prof. Pesce invitato dal Gattinelli per farci capire cosa mai poteva essere la filosofia... ricordo benissimo la lezione, era sul significato del Tempo! Ma questo è solo il MIO anno scolastico 62-63 e di quanti altri?

Che ne so io della vita (di allora) di tutti gli altri studenti che venivano prima di noi e che sarebbero venuti dopo? Niente, per me la scuola era inevitabilmente dove ero io, dove non ero io non c'era più nulla!
Solo nei professori c'è il senso di continuità ed il possibile confronto fra le generazioni.
Nella lettera del Gatto c'è il messaggio di un uomo e un professore maturo, ricco di molti anni di esperienza, che solo ora capisco e intravedo! Ma... allora? Che ne sapevamo noi di quello che era accaduto negli anni precedenti? Che ne sappiamo ancora adesso di quello che è accaduto dopo?

Il Gatto per noi ragazzi di 17-18 anni era uno sconosciuto, come del resto tutti gli altri insegnanti, ma qualcosa ci intrigava, c'era qualche mistero che dovevamo svelare.
Sorridevamo di Lui con la spietatezza un po' insulsa degli adolescenti.
Il suo comportamento era strano, il suo abbigliamento dimesso, il suo fisico decisamente magro e forse minato da qualcosa. La prima volta che abbiamo avuto lezione con lui (in IIa, in IIIa ? chi se lo ricorda?) lo trovammo in classe appoggiato ad un termosifone e ci vollero almeno 10 minuti d'orologio prima che ci accorgessimo che quello era il nostro nuovo professore. Aveva i pantaloni stretti in una "introvabile" vita e le mani spesso in tasca per cercare le chiavi (di casa?). Chiavi enormi di quelle di una volta, che non abbandonava mai. Spesso erano nelle sue mani nervose e le teneva davanti alla bocca mentre parlava e mentre un tic o forse una tosse secca o la somma delle due cose lo portavano a sputacchiarci sopra, mentre cercava le parole per farsi capire.

Poi lo ascoltavamo spiegare... capendo poco com'è naturale a quell'età, interessati, ma non affascinati. Ci piacque molto invece il fatto che ognuno andasse a farsi interrogare quando voleva... una manna che all'inizio non capivamo.
Ci consolarono i voti sempre "sufficienti"... malgrado le nostre palesi insufficienze... misurate con il metro tradizionale e nozionistico che era dentro di noi e veniva praticato dagli altri insegnanti. Ci consolò ancora di più la promessa che nessuno sarebbe bocciato per un voto negativo a Italiano o a Storia.

Non rivelò mai il suo indirizzo politico. In una classe dove facevamo spesso delle ipotetiche elezioni e sapevamo facilmente l'appartenenza politica di tutti noi, faticavamo ad individuare la collocazione di questo uomo misterioso... infatti Lui non voleva darci il suo pensiero, ma insegnarci a pensare.

Piano piano entravamo senza accorgersene in un nuovo modo di fare scuola.
Una scuola che cominciava ad essere nel pensiero di molti, oltre che nel desiderio degli studenti. Una scuola che la lettera del Gattinelli ai suoi scolari delinea nei suoi caratteri fondamentali. Soprattutto un "modo" di fare scuola che presuppone un comportamento nuovo da parte degli insegnanti e degli allievi.
Un amore da parte degli insegnanti per la Scuola e per gli allievi che deve superare quella che spesso hanno per la propria materia di insegnamento.
Se avete avuto modo di rileggere la lettera avrete notato che la parola Scuola è quasi sempre scritta con lettera maiuscola.
Non è stato certo uno sfizio dei tipografi (i nostri colleghi della sezione "grafici" dell'istituto professionale), è sicuramente la precisa volontà dell'autore di dare a questo luogo fisico a questo conglomerato umano il carattere di "soggetto" di grande importanza, e di mostrare l'importanza che riveste per Lui.
E poi lo stesso titolo: "lettera... ai suoi scolari"! Nel linguaggio corrente gli scolari sono quelli delle elementari, noi ci sentivamo "studenti". Ma aveva ragione Lui. A 17-19 anni ancora non siamo in grado di "studiare con autonomia", abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi... siamo scolari. Come qualcuno ci ha spiegato, forse lo stesso Gattinelli, alla scuola secondaria si impara a studiare, più che a sapere!

Io ho sempre collegato questa lettera ad un'altra più famosa, pubblicata qualche anno dopo ('67) e diventata famosa alle masse solo quando ormai era innocua. Un'altra lettera che li scolari di Barbiana scrissero ad una non tanto ipotetica professoressa.
Mi riferisco a "lettera ad una professoressa" scritta dagli scolari di Don Milani.
I punti di convergenza sono tantissimi.
Basta il titolo della prima parte di questo libro è "La scuola dell'obbligo non può bocciare" ed a pagina 35 lapidariamente: "La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde".
Così il Gatto nelle conclusioni: ..."ho osservato che a poco a poco dal principio alla fine dell'anno scolastico si sono sempre maturati, senza bisogno da parte mia di insegnare e di imporre e senza bisogno da parte loro di studiare. Come potrei, in conseguenza, far ripetere l'anno a qualcuno?"
... poi sui voti, il Gatto: "un voto singolo presuppone una volontà di selezionare, un'intenzione di scartare i più deboli, cioè di non curarsi proprio di quelli che hanno maggior bisogno di cure, di allontanare dalla scuola proprio quelli che della scuola avrebbero maggiormente bisogno".
Gli fa eco la lettera di Barbiana:
"... vi proponiamo 3 riforme (riferite alla scuola dell'obbligo):
I - non bocciare
II - a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno
III - agli svogliati basta dargli uno scopo"
.
E potrei continuare su tante altre questioni... con punti di vista diversi, ma sempre convergenti alla ricerca di una scuola nuova.
Ci doveva essere qualcosa nell'aria in quegli anni perché perfino noi studenti incalzavamo i professori i genitori e i dirigenti della scuola per trasformarla.
Nei primi numeri de "la voce dei Meccanici" c'era un'inchiesta sui nostri professori che spudoratamente domandava loro cosa li spingeva ad insegnare... non ci meravigliammo di trovare il Gattinelli fra i pochi "in regola".

Il Prof. Gattinelli in questa sua lettera condensa la sua esperienza professionale e la sua passione umana, ma senza dichiararlo mai, rappresenta una sintesi del pensiero di quegli anni sulla scuola... riflessione che sarebbe sfociata poi in "Lettera ad una professoressa" del 1967, poi alla svolta del '68 e '69... con tutte le sue novità positive ma anche con le estremizzazioni ed assurdità. (Chi non ricorda il 6 politico di quegli anni e dei primi anni 70?).

Come tutte le lettere è qualcosa di personale, non un trattato sulla scuola, ma una lunga sofferta riflessione sul proprio ruolo e sul ruolo della scuola. Il Preside di allora (il Prof. Poggiali) nella presentazione lo riconosce per quello che è stato "un maestro veramente cosciente della grande responsabilità che la Scuola gli ha affidato", invece lui ripete più volte di essere un professore improvvisato, protesta di non aver nessuna preparazione pedagogica e di aver vissuto la scuola all'inizio della sua carriera come un qualsiasi lavoro da compiere rapidamente per potersi dedicare alla vera vita. Ma è proprio da questa esperienza che ha maturato questa nuova visione. "Ho imparato perciò a non insegnare, e l'ho imparato a furia di insegnare".

Ha imparato che "...la mia vita è il mio lavoro". Per questo Scuola si scrive con la maiuscola e per questo ogni allievo è un pezzo importante che non deve essere escluso. Perché il lavoro che ognuno di noi fa, a differenza di quanto pensavo da giovane, è un atto di vita ed il modo del mio lavoro è il mio lavoro stesso, cioè un atto di vita in cui sono, per natura impegnato".
Più lui fa autocritica, più noi lettori ci sentiamo attratti da un ideale di insegnante che è prima di tutto maestro di vita. Un maestro così scevro di autocompiacimento che si preoccupa di non insegnare se stesso:
"Al massimo potevo dire quello che sapevo, tutto quello che sapevo. Ma cosa sapevo? Quel che sapevo era si il meglio e il nuovo di me stesso, ma questo non potevo insegnarlo, cioè imporlo e farlo credere, ma solo dirlo... Altrimenti avrei insegnato me... una novissima e singolare materia: me".
Un insegnante che sceglie di non insegnare!
"Non devono credermi sulla parola quando spiego... devono cercare il perché di quel che pensano loro" ...che vuole far esercitare il massimo dell'autocritica e della capacità di giudizio, perché ha una visione tutta positiva della vita e delle nuove generazioni.
All'inizio attribuisce ai giovani un pessimismo deleterio. Ma poi ne carica la responsabilità al mondo degli adulti, alla società che insegna ad adattarsi, alla stessa scuola nozionistica e formale che allontana... dal senso di responsabilità, abitua a non pensare, a studiare a memoria. Considera un suo insuccesso non essere riuscito a togliere (a noi studenti) né la pigrizia mentale, né la preoccupazione del voto. E si pone un obiettivo comune a quello che pone agli studenti: "voi avete l'impegno, da adulti di essere migliori di noi". Sa che i genitori segretamente lo sperano: "vorrebbero che foste migliori di loro e viveste in un mondo migliore del loro" ...e dunque si propone:
"... la mia scuola ha uno scopo comune e fondamentale insieme a tutte le altre, di preparare, prima di tutto, degli uomini e... io non devo vedere nei miei scolari dei futuri tecnici e non devo limitarmi a dare quel che può servire a un tecnico... non credo ci sia diversità fra materie scientifiche e materie letterarie: tutte son volte al medesimo fine, capire il mondo in cui viviamo che è fatto di forze naturali e di passioni umane".

Da qui la sua radicale opposizione al nozionismo, "invece di acquistare una cultura che li renda attivi e consapevoli, trovano nozioni e retorica" questo va saputo. E se mi chiedevo il perché, non trovavo altra risposta che questa "perché lo chiedono all'esame".
Ecco il metodo che propone, con una certa pacata radicalità:
"...perciò scelgo, senza imporlo come verità quel che a me sembra vivo e ne dico il perché - (e spesso sbaglio)- e cerco la conferma in loro: se anche a loro sembra vivo, allora ho maggior fiducia che lo sia. Se a loro non sembra, se io non son riuscito, discutendo con loro, a trovare una vitalità e una novità in quel che leggiamo, allora è meglio considerarlo morto, almeno per quella volta o per quell'anno. Se li obbligassi ad accettare ciò che in quel momento non son disposti ad accogliere, li disgusterei per sempre con tutta la materia. Perciò non cumulo di notizie, ma rendersi ragione delle cose".

Questa la proposta di una grande educatore che tutti sappiamo averci insegnato a conoscere e vivere il nostro tempo. Eppure lui si dichiara ignorante di pedagogia. In realtà, sebbene non sia arte da disprezzare, non è di quello che la Scuola aveva bisogno e Lui lo dimostra nello scritto e lo ha dimostrato nei fatti. Se la pedagogia rimanesse al servizio del nozionismo e della passività servirebbe solo ad indorare la pillola, quello che lui chiede è di cambiare gli obiettivi della scuola: formare degli uomini, capaci di pensiero libero e responsabile e non istruire dei subalterni o dei sudditi ubbidienti.
Parafrasando Totò: Uomini non caporali.

Quello che io non so e non posso dire è come sia andata a finire erano almeno 30 anni che non entravo nella mia scuola. I miei figli non l'hanno fatta e ormai anche loro sono fuori dalla scuola. So quello che sanno tutti, ma quello che amerei sapere da chi di voi è nella scuola, soprattutto in questa scuola, è:
quanti Gattinelli ci sono?, quanti allievi li capiscono (per tempo)... ma questo lo possono dire meglio di me quanti di voi hanno deciso di restare a fare questo mestiere così imbarazzante!

Giancarlo Malavolti